Immagina di candidarti per un lavoro con un portfolio di progetti mai commissionati.
Nell’influencer marketing non solo funziona – ha anche un nome.
Benvenuti nel mondo dello Specfluencing.
Creator che producono contenuti brandizzati senza avere un accordo effettivo con il marchio che affermano di sponsorizzare.
In altre parole, un “fake it ‘till you make it” applicato all’influencer economy: fingo di avere una sponsorizzazione per sembrare abbastanza credibile da ottenerne una vera.
Funziona? Forse. Poi c’è il paradosso Edoardo Leo…
Che cos’è lo specfluencing
Creator che producono contenuti brandizzati senza avere un accordo effettivo con il marchio che affermano di sponsorizzare.
In altre parole, un “fake it ‘till you make it” applicato all’influencer economy: fingo di avere una sponsorizzazione per sembrare abbastanza credibile da ottenerne una vera.
Il meccanismo è semplice quanto cinico.
La logica dietro la pratica
La logica è lineare: se qualcuno sembra aver già lavorato con brand credibili, probabilmente è già nel sistema.
Diversi influencer hanno apertamente ammesso di creare contenuti non sponsorizzati che sembrano endorsement pagati – completi di terminologia e hashtag tipici dei brand deal – per apparire più richiesti di quanto non siano realmente.
Chi ci rimette (e chi no)
Ai brand non va sempre male, almeno in superficie. Contenuto gratuito, visibilità non richiesta, associazione di immagine senza pagare un euro. Qualcuno potrebbe persino essere tentato di chiudere un occhio.
Il problema è che lo specfluencing inquina il mercato in almeno tre modi:
1. Confonde i brand. Un’agenzia o un marketer che analizza i feed potrebbe credere che quel creator abbia già collaborazioni attive – e trattarlo di conseguenza, sopravvalutando la sua reputazione reale.
2. Danneggia i creator autentici. Chi ha costruito partnership vere, con contratti e disclosure corrette, si trova a competere con chi ha semplicemente recitato la parte.
3. Erode la fiducia del pubblico. Il 68% degli acquirenti è frustrato dall’alto volume di contenuti sponsorizzati sui social, e il 65% segue meno influencer rispetto a qualche anno fa. Aggiungere sponsorizzazioni fantasma a questo scenario non aiuta.
E poi c’è il rischio legale. I brand possono inviare lettere di diffida agli influencer che presentano contenuti come sponsorizzati quando non lo sono – come è successo a PewDiePie con Volvo, che ha rivendicato una sponsorizzazione inesistente.
Takeaway
La reputazione si costruisce esattamente all’opposto: con il lavoro fatto, non con quello simulato.
Vale sempre – tranne forse per Edoardo Leo, che agli inizi scrisse sul curriculum di aver frequentato una scuola di recitazione in cui non era mai entrato. Ma dopo esser diventato un attore riconosciuto, quella stessa scuola lo ha inserito tra i suoi alunni illustri.
Siamo 1 a 1, e va bene così.
– ha commentato lui.
A volte la realtà si adegua alla finzione.
FAQ: Specfluencing
Cos’è lo specfluencing?
È la pratica con cui alcuni creator pubblicano contenuti che sembrano sponsorizzati da un brand, senza che esista alcun accordo reale. L’obiettivo è apparire più richiesti e professionali agli occhi di agenzie e aziende.
Lo specfluencing è illegale?
Dipende dal paese e dalla modalità. In molti mercati, presentare un contenuto come sponsorizzato quando non lo è può violare le normative sulla pubblicità ingannevole. I brand possono tutelarsi con diffide o azioni legali.
Lo specfluencing esiste anche nel mondo dei podcast?
Sicuramente meno diffuso per via dei costi produttivi. Ma il meccanismo di gonfiare la propria credibility prima di averla guadagnata sul campo è trasversale a tutti i formati.


