Lo stato del podcast nel 2026

Il mezzo che ha cambiato l’audio si trova a un bivio. O forse no. Dipende da cosa intendiamo per “podcast”.

C’è una domanda che circola sempre più spesso tra chi lavora nell’industria audio: il podcast è ancora podcast?

La domanda non è retorica. Negli ultimi tre anni il formato ha subito una trasformazione così rapida che oggi sotto quella parola convivono esperienze radicalmente diverse – un audio documentario di sei episodi, una chiacchierata in studio con telecamere, clip verticali estratti per i social.
Si chiamano tutti podcast. Ma non sono la stessa cosa.

Il 2026 è un buon momento per fare il punto. Quattro ricerche recenti – iHeartMedia negli USA, Sounds Profitable nel Regno Unito, Spotify a livello globale e Acast a Singapore – offrono prospettiva e dati preziosi.


I numeri dicono che il podcast sta benissimo

Partiamo da qui, perché i numeri contano. Negli Stati Uniti 158 milioni di persone ascoltano podcast ogni mese – il 55% degli americani adulti. Nel Regno Unito il podcast raggiunge il 60% dei 18-34enni, superando per la prima volta la televisione generalista nella fascia demografica più giovane. A livello globale, 584 milioni di persone hanno fruito di un podcast nell’ultimo anno. Il tempo dedicato al mezzo è più che raddoppiato negli ultimi otto anni e si avvicina a un’ora al giorno.

Questi non sono i numeri di un mezzo in crisi. Sono i numeri di un mezzo in piena maturità.

Eppure la sensazione di instabilità c’è. E ha una ragione precisa.


Il problema non è la crescita. È l’identità.

Il podcast è cresciuto talmente in fretta, e in tante direzioni contemporaneamente, che ha perso una definizione condivisa. E quando un mezzo perde definizione, tutti – creator, brand, piattaforme, ascoltatori – cominciano a chiedersi cosa stiano effettivamente facendo.

La frattura più visibile è quella tra audio narrativo e videopodcast talk.

Da un lato c’è la tradizione: il podcast come formato audio, spesso costruito con cura artigianale, con struttura narrativa, montaggio, musica, sound design. Un’esperienza pensata per le orecchie, che funziona in macchina, in palestra, mentre si cammina. Il formato che ha costruito la fedeltà profonda degli ascoltatori e la fiducia che rende il podcast advertising così efficace.

Dall’altro c’è la nuova realtà: il talk show videoregistrato, distribuito su YouTube e ritagliato sui social, che si chiama podcast perché esce anche su Spotify e Apple Podcasts ma è pensato per essere guardato. È il formato che domina le classifiche, che produce i trend culturali più condivisi, che attrae i creator con il seguito più grande.

Questi due oggetti condividono un’etichetta. Poco altro.


Cosa dicono i dati sulla frattura audio/video

Lo studio UK di Sounds Profitable fornisce il dato più preciso su questa tensione. Tra i 18-34 anni che hanno fruito di “Diary of a CEO” nell’ultimo mese, la probabilità di averlo guardato è quasi uguale a quella di averlo ascoltato. Per i 55+, invece, rimane un’esperienza quasi esclusivamente audio.

Ma c’è un dato che complica la narrativa semplice del “video vince”: “The Rest Is History” – uno dei podcast più seguiti nel Regno Unito – rimane prevalentemente audio su tutte le fasce d’età. Due show, entrambi definiti podcast, consumati in modi fondamentalmente diversi da pubblici fondamentalmente diversi.

La conclusione non è che il video stia sostituendo l’audio. È che il contesto d’uso e il tipo di contenuto determinano il formato, non viceversa. Un talk con ospiti famosi si presta al video perché la dimensione visiva aggiunge qualcosa – le reazioni, la presenza fisica, il linguaggio del corpo. Un documentario audio narrativo perde tutto se lo guardi: è costruito per le orecchie, funziona perché ti obbliga a immaginare.


Il vantaggio strutturale dell’audio non scompare

C’è un argomento che i sostenitori del “podcast è finito” tendono a ignorare: l’audio fa cose che il video non può fare.

L’audio accompagna i momenti in cui gli occhi non sono disponibili. In macchina, in palestra, cucinando, camminando. Spotify riporta che il 94% dei consumatori interrompe altre attività online per passare allo streaming audio – e che l’86% degli utenti silenzia i video su altre piattaforme per ascoltare musica, podcast o audiolibri. Il 75% ricorda i contenuti audio ascoltati, il 10% in più rispetto ai social.

Questo non è un dato marginale. È il cuore del vantaggio competitivo dell’audio: è l’unico mezzo che consente il multitasking senza generare un medium concorrente. Quando guardi un video, non puoi fare altro. Quando ascolti, puoi fare tutto il resto.

Il videopodcast talk è un ottimo prodotto. Ma compete con Netflix, con YouTube, con TikTok, con qualsiasi altra cosa che richiede gli occhi. Il podcast audio narrativo non ha concorrenti in quei momenti interstiziali della giornata. Ed è in quei momenti che si costruisce la relazione più profonda con l’ascoltatore.


Il paradosso che spiega tutto

C’è un dato che arriva da Singapore e che vale la pena fermarsi a leggere con attenzione. Secondo una ricerca Acast del 2026, il 97% degli ascoltatori dichiara che un podcast ha cambiato la propria opinione su un argomento – contro una media globale dell’84%. Un numero straordinario. Ma ancora più interessante è quello che lo affianca: gli ascoltatori non considerano i podcaster degli “influencer”.

Non sono influencer. Ma allo stesso tempo sono stati influenzati da loro.

Questo paradosso cattura meglio di qualsiasi altro dato la natura specifica del mezzo. Il podcaster non è percepito come una celebrity che promuove prodotti. È percepito come un pari di fiducia – qualcuno con cui si passa del tempo, che si conosce attraverso la voce, con cui si costruisce una relazione. Il 71% degli ascoltatori li definisce “autentici”, contro il 29% degli influencer social. Il 52% li considera fonti di informazione credibili – più dei giornalisti (50%) e degli YouTuber (48%).

Questa fiducia si traduce in azione concreta: il 69% ha considerato un brand per la prima volta grazie a un podcast, il 67% ha effettuato un acquisto, il 74% ha cambiato la propria percezione di un brand dopo averlo sentito citare in un podcast.

Sono numeri che nessun formato social avvicina. E vengono dall’audio.


Allora dov’è il podcast oggi, nel 2026?

È in un momento di biforcazione.

Una parte del mezzo – la più visibile, la più rumorosa, quella che genera i momenti culturali più commentati – si sta ibridando con il video e con il format del talk show. È lì che vanno i grandi numeri sui social, le copertine delle riviste, le collaborazioni con i brand più grandi. È un territorio che assomiglia sempre di più alla televisione, con tutti i vantaggi e tutti i limiti che questo comporta.

L’altra parte – quella meno visibile ma non per questo meno vitale – sta continuando a fare quello che il podcast ha sempre fatto meglio: costruire fiducia profonda con un pubblico fedele, attraverso la voce, la narrazione, la presenza. È qui che vive la specificità del mezzo. È qui che l’advertiser trova un’attenzione che nessun altro formato può garantire.

Vale la pena notare che i dati indicano anche come audio e video non siano necessariamente in competizione nell’esperienza dell’ascoltatore: 4 su 5 consumano entrambi i formati, e il 75% dichiara che la fiducia in un brand cresce quando lo incontra su più piattaforme. Il punto non è scegliere uno dei due – è capire che il valore parte dall’audio e poi si estende.

Il rischio non è che il podcast muoia. È che la parola “podcast” smetta di significare qualcosa di preciso – e che nella confusione si perda il valore specifico di ciò che il formato audio ha costruito in vent’anni.


Per i creator: la domanda giusta non è audio o video

La domanda non è se fare un videopodcast o un podcast audio. È: cosa stai cercando di fare, e per chi?

Se il tuo obiettivo è visibilità rapida, momenti virali, crescita sui social – il video ha senso. Se il tuo obiettivo è costruire una relazione duratura con un pubblico che ti sceglie attivamente, che finisce gli episodi, che ti segue per anni – l’audio ha vantaggi che il video non replica.

I due percorsi non si escludono, ma richiedono scelte diverse fin dall’inizio: nel formato, nella distribuzione, nel tipo di contenuto, nel modello di business.


Per i brand: non confondere il mezzo con il formato

Per chi pianifica campagne, la distinzione conta. Il videopodcast talk offre visibilità e associazione culturale. Il podcast audio offre attenzione, fiducia e ricordo – in misura significativamente superiore a qualsiasi altro formato digitale.

L’80% degli inserzionisti concorda che gli annunci audio beneficiano di maggiore attenzione e minore distrazione rispetto ad altri formati digitali. I consumatori sono il 36% più propensi a fidarsi degli annunci su podcast rispetto ai social.

Trattare ogni “podcast” come equivalente – indipendentemente dal fatto che sia video o audio, talk o narrativo – significa perdere la specificità che rende il mezzo efficace.


Il podcast non è superato. Si sta ramificando.

La risposta alla domanda iniziale – dov’è il podcast oggi, nel 2026 – è che il podcast è in due posti contemporaneamente, e sta decidendo se restare unito o separarsi definitivamente.

C’è il podcast come fenomeno culturale di massa, ibrido video-audio, che compete per l’attenzione su tutti gli schermi e ha smesso di essere un formato di nicchia nel senso più pieno del termine.

E c’è il podcast come mezzo audio specifico, con caratteristiche uniche di attenzione, fiducia e accompagnamento della vita quotidiana, che nessuna evoluzione tecnologica ha ancora sostituito – e che probabilmente non sostituirà, perché risponde a un bisogno che lo schermo non può soddisfare.

Il mezzo non è superato. Si sta ramificando. E capire questa differenza sarà sempre più importante per chi crea contenuti, investe in pubblicità o semplicemente prova a capire dove sta andando il settore.

Fonti: iHeartMedia “The State of Podcasting 2026”; Sounds Profitable “2026 UK Advertising Landscape Study”; Spotify “The Sound-On Era” (2026); Acast “Podcast Pulse Singapore” (2026)


FAQ: lo stato del podcast nel 2026

Il podcast è ancora in crescita nel 2026?
Sì. Negli USA 158 milioni di persone ascoltano podcast ogni mese, nel Regno Unito il mezzo supera la TV tra i 18-34 anni, e a livello globale 584 milioni di persone hanno fruito di un podcast nell’ultimo anno. Non è un mezzo in crisi: è un mezzo in piena maturità.

Il videopodcast sta sostituendo il podcast audio?
No, ma sta cambiando il panorama. I dati mostrano che il contesto d’uso determina il formato: i talk show videoregistrati funzionano perché la dimensione visiva aggiunge qualcosa, ma il podcast audio narrativo non ha concorrenti nei momenti in cui gli occhi non sono disponibili – in macchina, in palestra, mentre si cammina.

Perché il podcast è considerato più affidabile dei social?
Perché l’ascoltatore sceglie attivamente il contenuto e costruisce nel tempo una relazione con il conduttore.
L’84% degli ascoltatori dichiara che un podcast ha cambiato la propria opinione su un argomento. I consumatori sono il 36% più propensi a fidarsi degli annunci su podcast rispetto ai social.

Conviene ancora investire in podcast advertising nel 2026?
Sì, e i dati lo confermano. L’80% degli inserzionisti concorda che gli annunci audio beneficiano di maggiore attenzione rispetto ad altri formati digitali. Il 69% degli ascoltatori ha considerato un brand per la prima volta grazie a un podcast, il 67% ha effettuato un acquisto.

Cosa dovrebbe scegliere un brand: podcast audio o videopodcast?
Dipende dall’obiettivo. Se punti a visibilità rapida e crescita sui social, il video ha senso. Se vuoi costruire una relazione duratura con un pubblico fedele, l’audio offre vantaggi che il video non replica. I due formati non si escludono, ma richiedono scelte diverse fin dall’inizio.